Tre domande ai candidati alla Presidenza Nazionale di Slow Food: Cinzia Scaffidi e Nino Pascale

Da tempo discutiamo in Condotta dell’imminente rinnovo alla Presidenza Nazionale della nostra associazione. Il mitico Roby Burdese lascerà il suo ruolo per cederlo ad un nuovo candito che ricoprirà l’arduo incarico. Due i nomi: Cinzia Scaffidi e Nino Pascale.

La nostra irrefrenabile Fiduciaria Pat ci dice: “perché non raccogliamo le nostre idee e poniamo tre domande ai due candidati??” E dunque detto fatto. Qui sotto riporto la nostra lettera inviata ai due candidati e le risposte che entrambi ci hanno cortesemente dato. A questo punto, in attesa del Congresso Nazionale dei prossimi 9-11 maggio a Riva del Garda, non ci resta che augurare ad entrambi: IN BOCCA AL LUPO!!

Cari Amici,
abbiamo letto con attenzione il entrambi i documenti dei candidati a Presidente Nazionale. Abbiamo letto i profili delle persone coinvolte in entrambe le liste. Come ci aspettavamo belle idee. Oneste, competenti ed appassionate le persone.
Abbiamo pensato che l’evento, assolutamente sconosciuto a SlowFood, di vedere confrontarsi due squadre per la corsa al vertice nazionale sia prima di tutto una positiva espressione di vitalità. Ma che possa essere, anche, l’occasione di dare una vera possibilità di partecipazione e coinvolgimento ai territori che sono chiamati a scegliere e di ascolto ai candidati che costretti ad elaborare risposte che convincano, si confronteranno realmente con le visioni, le istanze e le difficoltà della periferia.
Per questo abbiamo pensato di porre ad entrambi i candidati 3 questioni che ci stanno a cuore che nei programmi sono accennate ma non sviluppate nella sostanza.

1) L’immagine di SlowFood e la Comunicazione: E’ vero SlowFood in questi 28 anni ha tracciato una strada che non c’era, ha impostato uno sguardo al cibo ed alla sua produzione che nessuno aveva pensato prima. E lo ha fatto in modo così efficace e potente che le nostre idee hanno permeato la società diffondendosi così tanto che si è perso il punto generatore. E questo è un bene. Ma fino ad un certo punto! Oggi che il regalo più prezioso che Obama possa portare al Papa sono i suoi semi dell’orto, e la vecchia Regina arriva con la sportina di uova ed ortaggi biologici del giardino di Buckingham Palace possiamo essere soddisfatti? Avevamo ragione noi certo! Ma quanto riconoscimento della nostra autorevolezza di pensiero ritroviamo nella società e nei media se promuoviamo una manifestazione sugli OGM e vengono citate tutte le altre associazioni (Legambiente, Italia Nostra , WWF) e non SlowFood, se Radio24 quando deve parlare di economie legate alla produzione di cibo buono pulito e giusto snobba il Salone e si fa ospitare da Eataly, se Terra Madre e le sue tematiche vengono usate usata come identità di “Future Lab Construction” Società Privata che si occupa di progettualità di tendenze e design di sviluppo? Qual è la posizione dei due candidati rispetto alla questione e quale la soluzione che intendono promuovere?

LA RISPOSTA DI CINZIA: Quello della comunicazione è certamente uno dei problemi centrali, ma dobbiamo cercare di non lasciarci impressionare dalle mancanze più di quanto ci lasciamo entusiasmare dai successi. E’ vero, gli episodi che citate sono spiacevoli e testimoniano, più che una nostra incapacità di renderci visibili, la positiva volontà di alcuni operatori del settore di non vederci. L’environment del Sole24ore (giornale + radio24) ha avviato da tempo una campagna pro-ogm e contestualmente ha pubblicato una serie di attacchi, anche violenti o quantomeno scomposti, nei nostri confronti. Noi non abbiamo mai risposto, per scelta, e per non contribuire alla loro visibilità. Se poi ci sono imprese che nascono dalle nostre idee va bene, lasciamole andare, più cose ci sono e meglio è. Non è possibile, dobbiamo anche ammetterlo, citare ogni volta le fonti delle idee. Non lo facciamo nemmeno noi. Quando parliamo di km0, per esempio, dovremmo citare ogni volta Coldiretti che per prima lanciò questo slogan; è un bene quando non ci si ricorda più di chi sono le idee, vuol dire che sono diventate di tutti e noi non siamo mai stati gelosi di quel che pensavamo. Piuttosto bisogna che lavoriamo per fare chiarezza, perché si capisca bene e sempre meglio quali sono le nostre relazioni con Eataly, per esempio, o perché avviamo progetti con grandi aziende, sia dell’agroalimentare sia di ambiti ulteriori. Su questo ci vuole un lavoro coordinato di comunicazione esterna, e per farlo bene ci vuole tanta formazione e tanta comunicazione interna. Bisogna fare in modo che i tre livelli in cui si articola Slow Food (condotte, regioni, nazionale) abbiamo lo stesso livello di consapevolezza e di chiarezza su quali sono i problemi e su come occorre comunicarli. Se no si creano differenze che poi saranno differenze in termini di qualità della comunicazione esterna. Gli strumenti a disposizione sono tanti, e dobbiamo imparare a usarli tutti, ma soprattutto è importante che quante più persone li sappiano usare. La formazione sulla comunicazione di Slow Food, al suo interno e verso l’esterno, è un elemento centrale per noi. Non è solo una questione di contenuti, ma anche di competenze e di stile. Dovremo, nei prossimi 4 anni, diventare tutti un po’ più bravi e anche trovare il “nostro” modo di comunicare.

LA RISPOSTA DI NINO: La comunicazione è senza dubbio strategica per farci riconoscere l’autorevolezza anche fuori dai contesti di settore. Tuttavia bisogna stare molto attenti a non adeguarci a una comunicazione “strillata” e invasiva molto di moda oggi, poco coerente con le cose diciamo e con il mondo che vogliamo sostenere. Poi dipende molto da quale tema affrontiamo con la comunicazione. Per esempio, se nelle manifestazioni sugli OGM non veniamo citati, ma vinciamo la battaglia contro la loro diffusione, poco male: l’obiettivo è raggiunto. Diverso è, invece, il caso in cui non veniamo individuati come riferimento per i produttori dei Presidi o dell’agricoltura familiare, in quel caso è evidente che è anche un nostro problema e dobbiamo migliorare la nostra comunicazione specifica.

2) La corazzata: Le sfide a cui è chiamata l’associazione sono sempre più ambiziose e richiedono autorevolezza, organizzazione strutturale e competenze anche nei territori, nelle condotte la cui struttura è basata sul volontariato. Questo crea difficoltà che vanno dall’inadeguatezza oggettiva rispetto ad uno standard di professionalità richiesto, alla paura alla rinuncia ed alla chiusura in una posizione di nicchia “Non ci interessa mescolarci” o “Noi guardiamo oltre”. In realtà la struttura volontaria che garantisce una insostituibile Passione ed Indipendenza spesso non rappresenta la forza per gestire con professionalità e tempo gli impegni a cui siamo chiamati. Dobbiamo cambiare struttura? Dovremo imparare a dosare meglio gli eventi possibili sui territori? Dovremo diventare una associazione di pensionati che hanno La Passione, ma anche il tempo, o di professionisti del settore, che hanno l’Interesse? Qual è la posizione dei due candidati rispetto alla questione e quale la soluzione che intendono promuovere?

LA RISPOSTA DI CINZIA: Siamo un’associazione di volontari che, ad ogni età, hanno tanto o poco tempo libero da dedicare. Il volontariato dà senso al nostro essere cittadini, e che noi dedichiamo le nostre energie a Slow Food, a Greenpeace o a Emergency facciamo semplicemente quello che come esseri umani siamo chiamati a fare: occuparci dei nostri simili e degli altri esseri viventi, per il fatto stesso che siamo su questo mondo insieme a loro e la nostra stessa esistenza perde di senso se non siamo in grado di migliorare il posto in cui abitiamo e la vita di coloro che lo abitano con noi. Detto questo il volontariato ha caratteristiche ben precise, che hanno a che fare con la volontà, ma anche con la voglia. Il volontario deve agire liberamente, e deve poter scegliere a cosa dedicarsi. Per le cose che non si possono scegliere, ovvero quelle che bisogna proprio fare, c’è una struttura di staff, che deve funzionare sulla base delle vocazioni personali, ovvero bisogna fare in modo che chi ci lavora riesca comunque a realizzarsi, ma cambia il rapporto e soprattutto cambia la quantità di impegno richiesta: nel primo caso la decide il volontario, nel secondo caso si stabilisce sulla base di quel che c’è da fare. Ma Slow Food è abbastanza grande da aver bisogno di una struttura solida che sia al servizio di quella del volontariato.
I territori hanno tantissime energie e competenze e sono ricchissime di persone pronte ad impegnarsi nei mille settori in cui Slow Food agisce. Queste energie vanno coordinate, per via del punto 1: bisognerebbe dire e fare cose coerenti in tutti i territori, quindi la comunicazione e la formazione ritornano in primo piano. Ma non c’è bisogno di cambiare struttura, bisogna solo intensificare le relazioni e provare a capire che “capitale tempo” ogni condotta ha a disposizione. Quanti studenti, quanti pensionati, quanti lavoratori, con quanto tempo a disposizione, quali interessi,quali competenze. Ogni condotta ha coscienza del proprio “tesoretto” di energie? Bisogna partire da lì, e le regioni devono fare altrettanto e il nazionale pure. Poi, certo, imparare a dosarsi è un’arte seria, alla quale occorre dedicarsi con cura. Imparare a dosarsi significa anche imparare a programmare, a progettare e a riflettere su quanto fatto. E imparare a trovare risorse per realizzare le proprie idee, evitando invece di affannarsi a cercare idee per poter accedere a risorse.

LA RISPOSTA DI NINO: Il volontariato da solo non basta più a sostenere il peso organizzativo di tutte le attività messe in campo da Slow Food sui territori. Perciò penso sia necessario affiancare, in taluni casi, l’attività dei volontari con le necessarie professionalità. Non si tratta tanto di affidarci a professionisti che hanno interessi, bensì di creare strutture in grado di generare risorse economiche (attraverso il cibo, attraverso le attività educative, attraverso la partecipazione dei produttori), in grado di supportare anche le nostre Comunità di Terra Madre e di consentire l’attivazione di collaborazioni professionali ad hoc.

 3) L’organizzazione dell’associazione; entrambi i documenti parlano dell’organizzazione ma rimandando il tema della regolamentazione alle fasi successive all’elezione. Per il nostro comitato che invece, vivendo nel territorio, sente forte il problema delle regole dell’organizzazione come strumento del coinvolgimento nelle scelte e di partecipazione alle scelte ed agli orientamenti, il problema è centrale. Quindi ripartendo dalla necessità fortemente emersa nel questionario di aggiornare la struttura organizzativa per permettere un flusso di notizie e di condivisione di scelte sia in senso ascendente che discendente si pongono alcuni quesiti specifici:
a. La Segreteria Regionale o il Comitato Esecutivo Regionale è un organo autonomo ed indipendente nelle sue decisioni rispetto al territorio o è opportuno che si confronti con il Consiglio Regionale nell’ideazione di una scelta prima di proporla per l’approvazione? Quali strumenti operativi dovrà introdurre per raccordare meglio di come è stato fin qui fatto il proprio lavoro con l’attività decisionale che, invece, dovrebbe essere del Consiglio Regionale?
b. E’ auspicabile che Segreteria Regionale e Consiglio Regionale producano una attenta verbalizzazione delle scelte perché possano essere diffuse e condivise dai comitati di
condotta, dai soci e rimangano come storico delle decisioni prese?
c. I rappresentanti al Consiglio Nazionale ed alla Conferenza delle Regioni rappresentano il territorio nel senso che devono confrontarsi e condividere con il consiglio e/o l’assemblea regionale le informazioni in merito agli orientamenti proposti dal nazionale?
d. I rappresentanti al Consiglio Nazionale ed alla Conferenza delle Regioni sono chiamati a portare le proprie posizioni rispetto alla conduzioni delle scelte di politica nazionale o devono raccogliere le posizioni di maggioranza del territorio che rappresentano?
Qual è la posizione dei due candidati rispetto alla questione e quale la soluzione che intendono promuovere?

LA RISPOSTA DI CINZIA: Proviamo a rispondere in una volta sola. A tutti i livelli l’esistenza di un comitato esecutivo, direttivo o segreteria, chiamiamolo come vogliamo, ha senso solo se “serve” e se si fa strumento di comunicazione (in tutti i sensi) rispetto ai livelli successivo e/o precedente. Così come il comitato di condotta non può lavorare senza ascoltare i soci e senza interpellarli e deve essere l’elemento attraverso il quale passano – nei due sensi – le informazioni da e per il livello successivo (regionale) allo stesso modo il regionale non può assumere significato se non si coordina con le condotte, se non è utile alle condotte e se non fa arrivare alle condotte non solo le sue proprie deliberazioni, ma anche le informazioni che riguardano il livello nazionale o relative alle altre regioni. Le “cariche” dentro Slow Food sono cariche di responsabilità e servizio, non di privilegio e potere. O si capisce bene questo oppure si fa il danno dell’associazione. Non si va da nessuna parte senza rispetto e fiducia, senza generosità e ascolto, senza impegno e passione. Tutto questo può sembrare un po’ un delirio di buonismo, ma invece tradotto in pratica significa procedure, verbali per l’appunto (da scrivere ma anche da leggere!!!), significa “prendere l’abitudine” di sentirsi, consigliarsi, rivedersi, relazionare, raccontare. Andare a un consiglio nazionale e poi, tornati indietro, non raccontare sul territorio quel che è stato discusso oppure non raccontare durante il consiglio le istanze del proprio territorio significa non rispettare il mandato. Sulla conferenza delle regioni qualche parola in più perché è uno degli elementi che ci differenzia dalle posizioni dell’altra squadra. Secondo noi la Conferenza delle regioni dovrebbe essere un momento di coordinamento tra i regionali su tematiche relative ai territori, e che necessitino di un confronto tra le diverse realtà. A seconda dell’ordine del giorno ogni regione sceglierà il proprio rappresentante (se il tema è la comunicazione, o i mercati della terra, o gli orti in condotta, il referente sarà una persona diversa); ci sarà, a turno una regione che “presiede” la conferenza (come avviene nell’Unione Europea, con i “semestri” – ora sta per iniziare il semestre italiano e finisce quello greco) per 4 mesi per esempio, e in quei 4 mesi la regione coordinatrice si occuperò di coordinare i lavori, convocare le riunioni, prepararle, stilare gli ordini del giorno . La partecipazione dell’Esecutivo nazionale è soggetta all’invito da parte delle regioni, nel senso che se si vogliono riunire e non sentono la necessità di avere qualcuno del nazionale su determinate questioni, non c’è obbligo. E’ un organismo consultivo, il cui parere è vincolante nel senso che le questioni che pone all’ordine del giorno vanno poi risolte dall’Associazione. Ma saranno risolte nel Consiglio Nazionale, che resta l’organo deliberante. 

LA RISPOSTA DI NINO:
a. Riprendo quanto abbiamo riportato nel nostro programma. Il Consiglio regionale resto l’organo deputato a indicare le politiche associative regionali (ma anche ad armonizzare quelle nazionali con quelle di condotta) e perciò fornisce l’indirizzo e l’orientamento. Il Comitato Esecutivo, essendo un organo esecutivo, ha la responsabilità dell’attuazione delle politiche associative regionali e perciòè deputato anche alla individuazione degli strumenti più adeguati per il raggiungimento degli obiettivi indicati dal consiglio regionale.
b. È auspicabile. Ma più importante della verbalizzazione delle scelte è la partecipazione alle scelte. Solo favorendo una larga partecipazione dei comitati di condotta alle riunioni dei consigli regionali si ha un’effettiva condivisione degli obiettivi e delle scelte effettuate.
c. I consiglieri nazionali, una volta eletti, non dovrebbero più rappresentare il territorio, dal momento che il Consiglio Nazionale è il massimo organismo di elaborazione delle politiche associative e un organismo del genere non può essere la somma dei singoli territori, deve avere una visione complessiva. Diverso è il discorso per la Conferenza delle Regione che, per definizione, è un organismo di rappresentanza territoriale e pertanto necessita di un confronto continuo e costante a livello delle singole regioni.
d. Specifico meglio quanto esposto nella risposta precedente: nel Consiglio Nazionale le posizioni devono riferirsi alla politica nazionale, nella Conferenza delle Regioni vengono rappresentante, in coerenza con la politica nazionale, le istanze territoriali.

Grazie per l’attenzione e per le risposte che vorrete darci. 
​Il Comitato di Condotta Slow Food Oglio Franciacorta Lago d’Iseo

Annunci

Informazioni su Michela Muratori

Sono una viticoltrice franciacortina appassionata di vino, con la fortuna di avere una famiglia che possiede Tenute anche in Toscana ed in Campania. Allo stesso modo adoro la gastronomia e credo fermamente nel "Buono, Pulito e Giusto" della filosofia Slow Food, tanto da commuovermi ogni volta che sento Carlin Petrini, il nostro Presidente! L'avventura della mia famiglia nel mondo del vino inizia nel 1999 con l'idea dell'Arcipelago e si concretizza oggi nella viticoltura simbiotica. www.arcipelagomuratori.it
Galleria | Questa voce è stata pubblicata in Ambiente, Documento, Slow Food e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...